Il cervello ingannabile · Librogame
Ogni giorno prendi centinaia di decisioni, e di quasi tutte non conservi memoria: quale prezzo, di chi fidarti, a quale notizia credere, cosa aspettarti da te stesso. Le prendi in fretta, perché il cervello è un organo avaro che preferisce la scorciatoia al calcolo. Il guaio nasce quando la scorciatoia sbaglia strada senza dirtelo, e tu resti convinto di aver ragionato. Qui entri in una scena qualunque e scegli come faresti davvero; alla fine ti mostro la mano che, a ogni bivio, ti stava guidando.
Le sei situazioni in cui il cervello prende scorciatoie, adattate dalla «List of cognitive biases» di Wikipedia e dalla mappa di Buster Benson. Tocca un ramo per entrare nella scena.
Leggi una situazione ordinaria e scegli di pancia, come sceglieresti nella vita vera. Non esistono risposte giuste.
Ogni opzione è umana e ragionevole, con una scorciatoia annidata dentro. Il bias resta invisibile mentre giochi.
A percorso chiuso riavvolgo il nastro: quale euristica è intervenuta a ogni bivio, e quale porta sul retro apre.
I dati che hai incontrato giocando nascono da tre filoni di ricerca diversi, la psicologia cognitiva, l'economia comportamentale e le neuroscienze, che la divulgazione ha spesso cucito insieme. Ecco che cosa dicono davvero gli studi, con i link per risalire alla fonte.
La cifra delle «35.000 decisioni quotidiane» è ormai un classico della psicologia da rotocalco, citata come dato di riferimento persino nella letteratura accademica. Nessuno, però, si è mai seduto a contarle una per una: è una stima, ottenuta incrociando i modelli sui processi automatici della mente con qualche misura empirica delle nostre micro-scelte.
La più celebre di queste misure riguarda il cibo. Nel 2007 Brian Wansink e Jeffery Sobal firmarono uno studio dal titolo eloquente, «Mindless Eating: The 200 Daily Food Decisions We Overlook»: chiesero alle persone quante scelte credessero di compiere sul cibo in una giornata, e la risposta media si fermava intorno a quattordici. Contandole davvero, ne saltarono fuori oltre duecento, dalla decisione di cominciare a quella di smettere, dal boccone da prendere al piatto in cui servirlo. Estesa a tutto ciò che facciamo senza accorgercene, dallo sguardo che si sposta alla postura che correggiamo, quella manciata di scelte consapevoli si gonfia fino alle decine di migliaia di cui parla la vulgata.
Che le scelte consumino qualcosa, e non siano affatto gratis, lo suggerì una lunga stagione di esperimenti guidati dallo psicologo Roy Baumeister. Il suo studio del 1998, «Ego Depletion: Is the Active Self a Limited Resource?», avanzò l'idea che l'autocontrollo e il decidere attingano a una stessa riserva limitata: più scelte si accumulano, anche minime, più si assottiglia la lucidità di quelle che seguono.
L'esempio che ha fatto il giro del mondo arriva da un tribunale. Passando al setaccio migliaia di verdetti sulla libertà condizionale, Shai Danziger, Jonathan Levav e Liora Avnaim-Pesso scoprirono che la probabilità di una decisione favorevole partiva da circa il 65% a inizio sessione e scivolava quasi a zero verso la fine, per poi risalire di colpo al 65% appena dopo la pausa pranzo. Giudici esperti, tutt'altro che sprovveduti: eppure la stanchezza sedeva al banco con loro.
Va aggiunto, per onestà, che la spiegazione originaria dell'«esaurimento dell'Io» è stata poi messa in discussione, e alcuni studi successivi ne hanno ridimensionato la portata. L'osservazione di fondo, però, ha retto: una giornata fitta di decisioni lascia il segno, e tra poco vedremo perché.
Perché la mente scelga la scorciatoia, invece di rifare ogni volta il calcolo da capo, lo hanno spiegato meglio di chiunque altro Daniel Kahneman e Amos Tversky. Nel loro articolo del 1974 su Science, «Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases», mostrarono che ci affidiamo a poche regole pratiche, rapide e «abbastanza giuste», le quali però sbagliano in modi regolari, e proprio per questo prevedibili.
Kahneman avrebbe poi condensato tutto in due personaggi, nel suo Pensieri lenti e veloci: il Sistema 1, veloce, automatico ed economico, che sbriga la stragrande maggioranza delle micro-scelte senza disturbare la coscienza; e il Sistema 2, lento, logico e dispendioso, che entra in scena soltanto quando è indispensabile. Le euristiche che hai incontrato nel gioco sono, tutte, arnesi del Sistema 1.
Circola spesso l'idea che il cervello dedichi «oltre il 40% dell'energia» al solo decidere. Dal punto di vista metabolico la cifra va corretta. Il cervello umano pesa appena il 2% del corpo, ma si prende attorno al 20% dell'energia totale, come ricordano Marcus Raichle e Debra Gusnard: moltissimo, per un organo così piccolo, e tuttavia venti, non quaranta.
C'è di più, ed è la parte controintuitiva: la fetta maggiore di quel 20% se ne va per tenere accese le funzioni di base, non per lo sforzo cosciente, che al consumo locale aggiunge soltanto una piccola percentuale. La fatica di decidere, insomma, non è fame di calorie. È un fenomeno chimico più sottile: uno studio del 2022 di Antonius Wiehler e Mathias Pessiglione ha osservato che ore di lavoro mentale intenso fanno accumulare glutammato nella corteccia prefrontale, e che è proprio quell'accumulo, non un serbatoio di zuccheri ormai vuoto, a spingerci verso le scelte più facili e immediate.